Parashà Ki Tezè – Il rispetto della dignità femminile

“ Se vedi tra i prigionieri una donna di bell’aspetto e ti piace tanto da volerla prendere per tua moglie, la condurrai a casa tua, ed ella si raderà il capo e si taglierà le unghie, si leverà la veste di prigioniera, abiterà in casa tua e farà cordoglio per suo padre e sua madre un mese intero; poi entrerai da lei, e sarai suo marito e lei tua moglie.” (Deuteronomio 21, 11-13)

La Torà, nella parashà di Ki Tezè, apre alla terribile ipotesi che un soldato possa invaghirsi di una prigioniera di guerra.

Conoscendo profondamente l’animo e gli istinti umani la Torà non nega la natura dell’uomo, non fugge nemmeno di fronte ai suoi più bassi istinti, ma proprio perché non li nega entra prepotentemente nell’orizzonte umano per portare quegli istinti ad un livello diverso, verso una reale sacralità.

Il soldato che fosse invaghito di una prigioniera, di una donna che quindi era in una condizione di totale debolezza e con una dignità calpestata, non poteva e non doveva trattarla come un bottino di guerra, proprio in nome di quella dignità negata.

Alla prigioniera bisognava dare un tempo per accettare la nuova vita di moglie, non concubina, di colui che aveva conquistato il suo paese o la sua città e, contemporaneamente, al soldato invaghito si offriva l’immagine di una donna non più bella, anzi con unghie lunghe e rasata, che era ben distante dall’immagine che era stata la fonte del suo basso istinto di possesso.

Il Sifrè sintetizza lapidario che: “La Torà non ha parlato se non contro lo yetzer hara, l’istinto al male.”

In questa guerra contro l’istinto al male l’episodio della prigioniera è di grande insegnamento.

Non esiste nessun contesto, nessuna emergenza, nessun momento drammatico che possa giustificare un abbassamento dei livelli morali ai quali un uomo deve attenersi. Non esiste guerra che possa giustificare l’offesa della dignità umana e, di fatto, la vera guerra che l’ebreo-soldato deve combattere è quella contro il suo istinto, contro lo yetzer hara, contro ogni azione che porti l’uomo lontano dalla Torà e dalla dignità che essa ci comanda di rispettare.

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