Tikkun Olam

Nel Talmud questa espressione indica semplicemente l’intento di evitare situazioni confuse e problematiche: per esempio in Ghittin 32a si dice che se un ghet (documento di divorzio) arriva in mano alla donna non è più possibile annullarlo; “Anticamente [il marito] avrebbe potuto fare un bet din [tribunale rabbinico] in un altro luogo e annullarlo, ma stabilì Rabban Gamliel il vecchio che questo non fosse valido in nome del tikkun olam”; in questo caso “riparare il mondo” significa evitare ambiguità sullo status di una donna, pericolosissime nel caso si unisse ad altri uomini senza essere davvero divorziata.

L’espressione assume poi un significato ben più ampio nella mistica. Fuori da quest’ambito, però, di Tikkun Olam non si parla molto spesso; è vero che l’espressione si ritrova nella liturgia quotidiana nell’Alenu, testo che si recita più volte al giorno, ma niente in confronto all’insistenza con cui si menzionano altri temi, per esempio l’uscita dall’Egitto. Per molti secoli di fatto nel mondo ebraico non si parlava di Tikkun Olam. Il tema è emerso solo pochi decenni fa, e inizialmente in ambito non ortodosso, probabilmente (come spesso spiegato da Rav Birnbaum) per compensare il peso minore attribuito alla pratica delle mitzvot. Negli ultimi anni, però, sta acquistando crescente importanza anche nel mondo ortodosso.

Tikkun Olam può assumere una costellazione ampia di significati, a volte anche molto diversi l’uno dall’altro: riparare il mondo può voler dire collaborare con il Signore nel perfezionamento della creazione (è scritto all’inizio del secondo capitolo della Genesi – e lo ripetiamo nel Kiddush del venerdì sera – “Benedisse il Signore il giorno settimo e lo santificò poiché in esso cessò da tutta l’opera che aveva creata per elaborarla”); dunque sviluppo della scienza e della tecnologia; ma può significare anche non restare indifferenti di fronte alle ingiustizie e alle storture che si vedono nel mondo, anche quando non ci riguardano direttamente, preoccuparsi dei poveri e degli oppressi, cercare di riparare ai mali della società; o ancora avere un occhio di riguardo per la natura e per la sua conservazione, per l’ambiente, per il clima, per tutte le specie di piante ed animali; richiamo alle responsabilità dei singoli individui; e molto altro ancora.

Di tutte queste molteplici possibili declinazioni del tema Tikkun Olam si può parlare nell’ambito della kasherut, nell’amministrazione della giustizia, nell’ecologia, nella spiritualità, nei testi dei cantanti ebrei americani. Molti testi, pur non parlando esplicitamente di Tikkun Olam, si pongono comunque nella stessa linea di attenzione per le tematiche sociali e insistenza sul dovere di non restare indifferenti di fronte alle ingiustizie. Diceva per esempio Rabbi Chiam di Brisk: “Cos’è il titolo di Rav? Sostenere le cause dei soli e degli abbandonati, difendere l’onore dei poveri e salvare l’oppresso dalla mano dell’oppressore”.

Molta importanza alla responsabilità individuale, a ciò che ogni singola persona può fare, al dovere di non restare indifferenti. Fulcro anche di un’affermazione di Rav Kuk: “La chiusura dell’ebraismo in se stesso ha portato una stanchezza agli occhi della generazione successiva. Una generazione che vive nel mondo, che chiede un intervento radicale, un mondo di rotture e riparazioni”. Il maggiore interesse dell’ebraismo ortodosso al tema del Tikkun Olam oggi rispetto al passato si spiega anche con il disagio emerso spesso nell’ultimo secolo per un ebraismo che a volte pareva attento solo a questioni di kasherut, liturgia o simili, che non sembrava avere niente da dire di originale sui temi sociali, sul divario tra Paesi ricchi e poveri, sullo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, sulle responsabilità della scienza, ecc. Non posso fare a meno di notare una cosa: in fin dei conti l’idea di un ebraismo che si occupi anche di giustizia sociale, l’idea che l’ebreo si debba impegnare per migliorare la società in cui vive, è sempre stata un po’ il filo conduttore dell’attività del Gruppo di Studi Ebraici, dall’impegno comunitario a quello culturale, dal sogno di Israele in pace con i suoi vicini alla preoccupazione per le derive antidemocratiche dell’Italia berlusconiana (e non solo). Se questo nostro modo di vivere l’ebraismo, che non sempre è stato compreso e per cui talvolta siamo stati scherniti, sta prendendo piede sempre di più nell’ebraismo ortodosso questo non può che farci piacere.

(I nostri ringraziamenti ad Anna Segre per questo testo)

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