Allo scoperto

di Laura Ben-David

Durante un lungo viaggio di conferenze alle quali ho partecipato negli Stati Uniti, ogni minuto era contato e ogni azione programmata. Quindi quando sono stata avvicinata, dopo un discorso che ho tenuto a Southfield in Michigan, da una donna che voleva sapere se potevo fare un discorso ad un altro gruppo quel pomeriggio stesso, la mia iniziale reazione era di crederlo impossibile.

Quando però mi ha detto che gruppo rappresentava, non ho avuto dubbi, avrei partecipato. Così un’aggiunta dell’ultimo minuto è diventata il momento più commovente di tutta la mia attività di relatore.

Mi ha detto di essere Esther Posner, una bambina che era stata nascosta durante la Shoah. Il suo “gruppo” si sarebbe riunito quel pomeriggio e avrebbero apprezzato forse il mio intervento.

Ma che gruppo è esattamente? Ho chiesto aspettandomi un club di lettura o di tè per signore. Mi ha detto che era la World Federation of Jewish Child Survivors of the Holocaust and Descendants. Questo sarebbe stato l’incontro annuale di Hanukkà del Michigan. Ci sarebbero state circa 70 persone, la maggior parte di loro bambini nascosti durante la Shoah.

Mi sono venuti i brividi solo a sentire dell’esistenza di un tale gruppo. E ad essere la relatrice principale…ero onorata come non mai. Ovviamente l’avrei fatto, anche se significava creare una nuova presentazione, adattarla al pubblico, avere solo poche ore per prepararmi e infilare il tutto in un programma già molto intenso.

Il programma esistente che avevo organizzato per il viaggio tratta degli Ebrei “perduti” e “nascosti” in tutto il mondo, ai quali Shavei Israel, dove lavoro come direttrice del marketing e dei nuovi media, aiutava a riconnettersi con il proprio patrimonio ebraico e con lo Stato di Israele. Una di queste comunità che seguiamo sono gli Ebrei nascosti della Polonia durante la Shoah – quasi l’inverso del gruppo al quale avrei parlato.

Loro sono quelli che hanno nascosto la loro identità ebraica durante la Shoah come atto di sopravvivenza, e stanno rivelando il loro segreto alle famiglie solo adesso, 70 anni dopo. Le storie che avevo raccolto e che avrei condiviso quel pomeriggio erano quelle della terza generazione, che solo da poco aveva scoperto le proprie radici ebraiche e stava esplorando questo patrimonio familiare.

Sono arrivata presto nella bella casa di una coppia, ambedue erano dei bambini sopravvissuti. La padrona di casa, una donna incantevole di nome Miriam Ferber, era nata nel 1942 in Polonia e lasciata da una famiglia cristiana per essere protetta quando aveva solo 7 mesi. I suoi genitori e suo fratello morirono durante la Shoah e lei crebbe con la famiglia cristiana, che la protesse come se fosse figlia loro, senza sapere della sua identità ebraica fino ai 15 anni. Miriam rimase in Polonia fino ai 19 anni, fino a quando non venne negli Stati Uniti per uno scambio studentesco, studiando allo Stern College di New York e infine sposando Fred Ferber, che aveva conosciuto ad una cena per sopravvissuti alla Shoah a Detroit.

Mentre ci dirigevamo verso il salotto fui colpita dalle tante foto di famiglia, su ogni parete, che spaziavano dal periodo anteguerra fino ai giorni nostri. Era una testimonianza continua di una famiglia, del suo orgoglio e della sua sopravvivenza.

Miriam ha sottolineato che “anche se la vita ci impone sofferenze, noi dobbiamo celebrare con gioia e celebrare i nostri figli, mio marito e i nostri nipoti. Io non sono una vittima.”

Fui accolta calorosamente da tutti non appena entrai nel grande spazio. Sedendomi guardai attentamente tutti i presenti, ben vestiti, sorridenti, senza nessun segno del trauma che avevano vissuto decenni prima. Tuttavia, mentre parlavo con i diversi ospiti, ognuno di loro mi parlava della sua storia, e cosa li aveva resi membri di questo unico e speciale club.

La Posner, che mi aveva invitata lì, descrisse la sua storia da bambina in Olanda, quasi come Anna Frank, con la differenza però di un finale felice.

Un uomo di nome Jack Gun era arrivato dalla Polonia. Era molto aperto con me, determinato nel voler far sapere alle persone cosa fu la Shoah, cosciente delle tragedie che possono nascere dall’odio, dal razzismo, dalla prepotenza e dal solo essere uno spettatore. “Non essere uno spettatore, questa è la cosa più importante”, sottolineava Jack con forza, “perché Hitler non avrebbe mai fatto niente di quello che ha fatto se non ci fossero stati spettatori indifferenti”.

Jack e suo fratello maggiori sono sfuggiti alle esecuzioni di massa degli ebrei nel ghetto di Rozyszcze, in cui sono morti i suoi genitori, le sorelle, gli zii, le zie e quasi tutti i suoi cugini. Un contadino con cui suo padre era amico li nascose e li nutrì per due anni molto difficili.

Sentivo continuamente le lacrime che stavano per sgorgare dai miei occhi ogni qualvolta sentivo una nuova storia di sopravvivenza, di crudele assassinio di un membro della famiglia, di bambini strappati alle braccia dei genitori, e ogni vita da allora vissuta nella pienezza, nello sguardo di tutti i presenti. Ero attonita.

E fu con questo spirito che davanti a tutte queste persone raccontai le storie degli ebrei polacchi dopo la Shoah che vissero nascosti – anche da adulti.

Mi sentivo intimidita, non degna di parlare davanti a tante persone tutti eroi ai miei occhi. Tuttavia parlai, raccontando le storie di giovani donne come Sandra. Ogni Natale la nonna di Sandra preparava latkes e sufganiot (dolci di Hanukkà) e faceva girare il dreidel. Ogni primavera puliva la casa da cima a fondo e comprava vestiti nuovi. Tutte queste cose non sembravano importanti per Sandra, fino a quando sua nonna non la stupì dicendole di essere ebrea. La sua famiglia aveva pagato per avere documenti da “cattolici” per sopravvivere.

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Aveva nascosto il suo segreto per 70 anni e adesso Sandra faceva di tutto per sapere cosa significa essere ebrei.

Ho raccontato a loro di Paula, la cui famiglia aveva pure cambiato i documenti in “cattolici” tutti quegli anni prima. Paula era cresciuta in un ambiente molto antisemita, fu uno shock enorme per lei quando la madre le disse che era ebrea.

Grzegorz ha scoperto di essere ebreo insieme a sua madre: quando sua nonna stava morendo. Aveva nascosto un bellissimo portafortuna con la Stella di Davide in soffitta, dove li fece andare. Grzegorz adesso lo indossa sempre ed è già stato diverse volte in visita in Israele.

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Oltre a queste storie individuali, ci sono anche quelle comunitarie. Ho raccontato loro dell’asilo appena aperto a Lodz in Polonia, il primo dopo decenni, 70 anni dopo la liquidazione da parte dei nazisti del Ghetto.

Adesso Lodz, come tante altre città polacche, sta vivendo una rinascita dello spirito ebraico, mentre la gente continua a scoprire le sue radici e riabbraccia la propria identità ebraica, con l’aiuto di Shavei Israel e dei capi delle comunità ebraiche locali.

A questo punto erano gli ascoltatori ad avere le lacrime agli occhi.

Ero attonita –  ma in modo positivo. Che opportunità, che esperienza incredibile: la sensazione di essere parte di un cerchio che si chiude, un cerchio di speranza, un cerchio di promessa, un cerchio di vita.

Questo articolo è stato scritto da Laura Ben-David, direttrice del marketing e dei media di Shavei Israel, e originariamente pubblicato per  Jerusalem Post Magazine.

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