Parasht Shelàkh

Rav Reuven Tradburks

Nella 1° aliyà (Bamidbar 13:1-20) Moshe riceve l’ordine di inviare dei capi, 1 per tribù, a visitare la terra. Vengono elencati i nomi dei leader. Devono viaggiare dal Negev alla zona montuosa. Devono vedere la terra, le persone, le città e la fertilità: valutarle e riportare i loro prodotti.

Mentre nella parashà della scorsa settimana la marcia verso la terra d’Israele è iniziata in modo discontinuo, a sprazzi, in questi versetti l’ingresso nella terra è imminente. E, davvero, è iniziato. Perché questi sono i primi ebrei ad entrare nel paese dai tempi di Yaakov, centinaia di anni prima. L’invio delle spie, pur iniziando in modo abbastanza innocuo, diventerà uno dei pilastri della Torah; la storia del fallimento nazionale.

2° aliyà (13: 21-14: 7) E così viaggiarono; entrando da sud, viaggiando a nord fino a Hevron, dove vivevano i discendenti dei giganti. Raccolsero uva, melograni e fichi, tornando dopo 40 giorni, facendo rapporto a Moshe, Aharon e al popolo, mostrando loro i frutti. Dissero: è una terra di latte e miele. Le persone sono forti, le città straordinariamente fortificate e abbiamo visto dei giganti. Molte nazioni vi risiedono, incluso Amalek. Calev lo interruppe: Andiamo a prendere questa terra, possiamo farcela. Gli altri risposero: no, non possiamo. Hanno calunniato la terra, dicendo che “siamo come delle cavallette agli occhi della gente della terra”. Il popolo ha sfidato Moshe e Aharon: meglio che fossimo morti in Egitto o qui nel deserto piuttosto che morire cercando di prendere la terra. Moshe e Aharon sono abbattuti, scoraggiati, si strappano i vestiti. Yehoshua ha detto: la terra è molto molto buona.

Il piano “scende dai binari”. velocemente. Ci hai chiesto di esplorare la terra: è rigogliosa. Le persone: giganti. Le città: fortificate. La fertilità: frutti enormi. Il popolo è comprensibilmente spaventato; tutto è più grande di noi. Compreso il piano di marciare e prendere questa terra; è troppo grande per noi. Mentre Calev e Yehoshua cercano di far oscillare positivamente lo slancio, Moshe e Aharon agiscono come persone in lutto. Dio ha teso la sua mano: ha promesso la terra ad Abramo, ci ha tirato fuori dall’Egitto, ci ha raggiunto nel Sinai, ha teso una mano verso di noi invitandoci al Mishkan, si è piantato in mezzo al nostro accampamento. E al suo braccio teso – ci allontaniamo? Moshe e Aharon sono devastati. Fa tutto questo per voi: e voi rifiutate?

Nella 3° aliyà (14:8-25) Yehoshua disse: se Dio vuole, Egli ci porterà là. Ma non ribellatevi contro di Lui. La gente voleva lapidarlo. Dio disse a Moshe: per quanto tempo queste persone mi daranno fastidio, dopo tutti i miracoli che ho fatto? Li annienterò e farò di te una grande nazione. Moshe ribatté: Non puoi farlo. Sembrerà che ti manchi il potere di portarli nella terra. Cingiti, Dio, e sii misericordioso. Dio disse: li perdono come hai detto. Ma, Queste persone, testimoni di tutti i miracoli che ora esitano; non entreranno nella terra, salvo Calev.

Questa storia delle spie è uno dei 2 fallimenti nazionali scritti nella Torah, proprio accanto a quello del vitello d’oro. In effetti, la risposta di Dio qui è quasi identica alla Sua risposta là: lascia che Io li spazzi via e faccia di te, Moshe, la nuova nazione. E anche la risposta di Moshe qui è identica a quella là: fare ciò indurrà le persone a pensare che Tu non sei in grado di seguire e portare le persone nella terra. Moshe supplica: D-o cede. Questa non è la storia del fallimento: è la storia del perdono. Proprio come la storia del vitello d’oro è una storia di perdono. Più profondo è il fallimento, più amorevole è il perdono.

Soprattutto, questo scambio tra Moshe e D-o rappresenta uno sguardo “oltre il velo”. E questo è il potente significato della storia. Perché ora ci stiamo imbarcando nella storia ebraica, marciando verso la terra. L’inizio di migliaia di anni di storia ebraica. E in preparazione a questa marcia, la Torah ha delineato in grande dettaglio che D-o è in mezzo a noi. Quindi, tutto dovrebbe funzionare nel modo giusto: guidato dalla Sua nuvola. Eppure, la storia ebraica sarà piena di favolosi successi e tragici fallimenti. Il viaggio sarà fatto di cime e valli, a singhiozzo, di costruzioni e di terribili distruzioni. Come dobbiamo comprendere questi andamenti? Con Dio in mezzo a noi, dovrebbe funzionare meglio di come è? Oh, se potessimo svettare dietro il velo e conoscere le Sue vie.

E questa è la storia. Questa storia è la vetta dietro il velo. Dio vuole distruggerci. Moshe supplica. Siamo salvati. Questa è la storia di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. 40 anni nel deserto ti sembrano duri? Ebbene, non quando giustapposti alla distruzione dell’intero popolo. Consideriamo questi 40 anni brutti. No, no, no. 40 anni sono una generosità. Un perdono. Una misericordia. Un amore.

Dobbiamo essere molto attenti a non concludere che possiamo supporre la via divina. Questa storia ci insegna: non sappiamo mai cosa avrebbe potuto essere, cosa sarebbe potuto essere. Potrebbe essere stata la distruzione della nostra gente. Era solo un ritardo di 40 anni.

Nella 4° aliyà (14:26-15:7) D-o disse a Moshe e Aharon di dire al popolo: Come hai detto, così sarà. Non entrerai nella terra. Morirete tutti nel deserto. I tuoi figli entreranno nella terra. Il numero di giorni che hai visitato sarà il numero di anni nel deserto, 40 anni. La gente piangeva. Hanno tentato di correggere il loro errore dirigendosi presto ad una salita in direzione della cima del monte, ma Moshe li ha avvertiti che Dio non è con loro. Hanno subito una sconfitta.

 Moshe ordinò: quando ti stabilirai nella terra e porterai offerte, porta farina, olio e vino con le offerte. Questo sarà gradito a D-o.

Mentre alle persone viene detto che moriranno tutti nel deserto, viene anche detto loro che entreranno nella terra. Beh, non loro, ma i loro figli. Questo è l’elemento cruciale di questa storia: la devozione  di D-o verso il Suo popolo è immutato. Il suo piano è semplicemente ritardato. Questa è la storia dell’amore di Dio per il Suo popolo. Mentre la tempistica è stata modificata, l’impegno che ha preso per portarci sulla terra è in pieno vigore.

Nella 5° aliyà (15:8-16) La quantità di farina, olio e vino di un’offerta di toro è superiore a quella delle pecore. Ognuno porta queste libagioni simili: una legge per tutti.

Questa brevissima aliyà è una continuazione della precedente in cui le quantità di farina, olio e vino sono date per offerte di pecore o montoni. La precedente aliyà non voleva finire con la tragedia della storia delle spie. Invece si è concluso con la frase “un profumo gradevole a D-o”. In effetti, questa descrizione delle libagioni è un incoraggiamento. Lo farai alla terra di Israele. E lì porterai delle offerte. Porterai farina, olio e vino che accompagneranno le offerte. Queste cose sono i migliori prodotti della terra. Sulla scia della sentenza di 40 anni nel deserto c’è la promessa che raccoglierai grano, olive e uva nella tua terra. Potresti soffrire ora a causa di questo terribile peccato delle spie. Ma i bei momenti ti aspettano. E io, dice D-o, voglio che ti avvicini a Me con tutta la tua nobile condizione di vita: la tua farina finissima, il miglior olio d’oliva e la gioia del vino.

Parashat Behaalotcehà

Parashat Behaalotcehà

Parshat Behaalotechà è una parashà fondamentale nella Torah e una delle più ricche. In essa è completata la preparazione per marciare verso la Terra; si parte, inizia la marcia. È il perno dal sublime al pratico, dall’ideale al reale, dalla teoria alla pratica. In altre parole: le persone e tutto il resto vengono alla ribalta. Ci sono lamentele, delusioni, meschinità, dispute, frustrazioni. È una vita comunitaria in Technicolor. E questa è la sua profondità. Vedete, se dovessimo fermare la Torah qui, immagineremmo la vita ebraica come una favola: D-o ha promesso la Terra, ci “spazza via” dalla schiavitù, ci dà la Torah, vuole dimorare in mezzo a noi, crea un luogo di incontro dell’uomo e di Dio, ci dà dei giorni per incontrarci con Lui e ci istruisce in dettaglio coreografico come marciare nella vita con Lui. Bellissimo. Poi guarderemmo la nostra vita – sentendoci aridi, distanti, caotici – dov’è Lui, dov’è l’ordine, la coreografia, il Mikdash?

Potevamo pensare che la Torah è una favola che ci racconta come è vivere con Dio in un modo che non ci è familiare. Ma poi arriva Behaalotcehà e il resto di Bemidbar. Come se Dio dicesse: ti ho mostrato l’ideale. E conosco bene le tue complessità. Mi aspetto che alcuni di voi siano insoddisfatti, annoiati, gelosi, risentiti. Scettici, cauti, deboli. L’uomo è molto molto complesso. Io, dice D-o, lo so perfettamente: ti ho fatto così. Il tuo lavoro come popolo è trovare un modo per vivere raggiungendo l’ideale vivendo tutta la complessità che è l’uomo: tutte le differenze, le divisioni, le lotte, i talenti, le debolezze e le aspirazioni. Behaalotechà ci assicura che l’ideale è aspirare, mentre il reale è saper gestire.

Nella 1° aliyà (Bemidbar 8:1-14) Aharon è incaricato di accendere la Menorah. Vengono fornite le istruzioni su come i Leviim devono essere purificati e iniziati attraverso l’immersione e le offerte che vengono date. Così facendo, i Leviim devono essere separati per essere Miei.

Questi sono gli ultimi versetti della preparazione comunitaria e nazionale per marciare verso la Terra. I Leviim devono servire i Cohanim.

Nella 2° aliyà (8:15-26) I Leviim devono sostituire i primogeniti che sono Miei dopo la piaga dei primogeniti. I Leviim devono aiutare i Cohanim a mantenere la santità del Mikdash. Vengono iniziati e purificati. Devono servire dal età dai  25 ai 50 anni, ma non fare le offerte.

Proprio come per i Cohanim e per i leader, la cerimonia di inaugurazione imprime ai Leviim che il loro status speciale non è un mero privilegio; ma è un servizio del popolo e servizio di D-o. Un senso di diritto o di privilegio è il veleno della vita comunitaria; un senso di servizio, il suo elisir.

Nella 3° aliyà (9:1-14) Moshe istruisce la gente a fare il Pesach nel primo mese del secondo anno. Lo fanno, anche se alcuni non sono in grado di farlo a causa della loro impurità (Tumaà). Interrogano Moshe sul motivo per cui dovrebbe essere negato a loro di portare il sacrificio di Pesach a causa del contatto con i morti. Moshe rimanda a ciò che Dio gli dirà. Gli viene detto: tutti coloro che non sono in grado di fare il Pesach a suo tempo, a causa di Tumaà o per lontananza dal Mikdash, possono farlo nel secondo mese.

Anche se il libro di Bemidbar è iniziato a Rosh Chodesh del 2° mese del 2° anno, abbiamo qui una descrizione del primo Pesach osservato dopo aver lasciato l’Egitto, che è al 14 del 1° mese. Sembra essere fuori ordine. E la descrizione di tutte le offerte dei capi tribù alla Parashà di Nasò avvenne nei primi giorni del 1° mese. Ma il fuori ordine è intenzionale, perché vuole giustapporre l’inizio della marcia con l’incertezza di Moshe per quanto riguarda Pesach. Il tema del nostro libro è la marcia verso la Terra d’Israele. Le offerte dei leader mostrano la loro auto-percezione: siamo servitori di Dio, non servitori di noi stessi. Così anche il portare del sacrificio di Pesach. Siamo tutti, tutti noi, servitori di Dio, non servitori di noi stessi. E la richiesta a Moshe da parte di coloro che sono impuri è un presagio drammatico. Anche se tutto è andato a posto alla perfezione – l’accampamento è allestito, il Mishkan sta nel mezzo, i leader sono altruisti, le persone sono devote – dovete stare attenti. Perché le cose inaspettate sono, beh, prevedibili. Tutta la pianificazione del mondo non può evitare l’inaspettato atteso della vita. E questo è il tema potente del resto di questa parashà, prefigurato dall’incertezza su come accogliere gli impuri e il loro sacrificio Pasquale. Accadranno cose che non vi aspettavate.

Nella 4° aliyà (9:15-10:10) la nuvola scendeva sul Mishkan di giorno; di notte appariva come un fuoco. Quando si alzò, la gente viaggiava; dove si stabilì, il popolo si stabilì. Potrebbe rimanere sul posto per molto tempo o solo durante la notte, o pochi giorni o un mese. Le persone si accamparono e viaggiarono per segnale divino. Moshe fu incaricato di realizzare 2 trombe d’argento. Quando entrambi furono suonati, il popolo doveva radunarsi; quando solo 1, i leader si sarebbero riuniti. Una Teruà segnalerebbe di viaggiare; una Tekià, ad essere assemblati. In tempo di guerra, suona una Teruà; nelle feste e nelle occasioni gioiose, suona una Tekià.

Questa aliyà descrive poeticamente il “viaggio ebraico”: guidato dal Divino, mentre viene chiamato dalle trombe. È la collaborazione Divino-umana. Lui chiama; Noi chiamiamo. Quindi, mentre siamo guidati da Dio, siamo noi che gestiamo la gente. E questo prefigura tutto ciò che deve ancora venire; il disordinato affare di gestire le persone.

La 5° aliyà (10:11-34) narra che Il 20 del 2° mese la nuvola si sollevò; il popolo ha viaggiato dal deserto del Sinai al deserto di Paran. Il campo viaggiava proprio come era stato ordinato; ogni tribù nella sua posizione designata. Moshe chiese a suo suocero Chovev (Yitro) di viaggiare con loro, perché la sua intuizione sarebbe stata preziosa. Yitro esitava e poi tornava alla sua terra. Hanno viaggiato per 3 giorni.

Inizia la marcia verso la terra d’Israele. E Moshe è ben consapevole delle sue sfide. Sebbene sia unico nel servizio del Divino, suo suocero, Yitro, ha mostrato quanto sia magistrale nella gestione delle persone. Moshe vuole disperatamente la guida di Yitro nella gestione dell’inevitabile, dell’inaspettato atteso. Sebbene Moshe conosca le sfide della vita che lo attendono, anche lui è sorpreso dalla rapidità con cui sorgono le sfide delle debolezze umane.

Nella 6° aliyà (10:35-11:29) Moshe pregava durante il viaggio: D-o, disperdi i tuoi nemici. E al riposo: restituisci le miriadi di migliaia di Israele. La gente si è lamentata, facendo arrabbiare sia D-o che Moshe, un fuoco che bruciava sul bordo del campo. Chiamarono Moshe, Moshe pregò e il fuoco si placò. Un gruppo in mezzo a loro gridava per la carne, ricordando il pesce e i prodotti di cui mangiavano liberamente in Egitto: Siamo inariditi proprio con questa Manna. D-o e Moshe erano arrabbiati. Moshe si lamentò: devo tenerli come un bambino? Dove posso trovare la carne per dar loro da mangiare tutti? Non posso sopportarli da solo. Dio ha risposto: raduna 70 anziani. Darò loro un po’ del tuo spirito e loro ti assisteranno. E io fornirò la carne. Lo spirito di D-o fluì verso i 70 anziani; Eldad e Medad continuarono a profetizzare.

Qui inizia il resto del libro di Bemidbar: il perno dal mondo ideale della guida divina al mondo reale della complessità umana.

La prima lamentela arriva veloce, e non ci viene nemmeno detto di cosa si lamentano. Perché la vita non sarà mai soddisfacente per tutti. La seconda lamentela, la richiesta della carne rappresenta l’insoddisfazione dalla Manna. E la noia. Desiderio di piacere, di colore e di varietà. Anche con un’ovvia distorsione della realtà: l’erba d’Egitto è davvero più verde, l’Egitto era davvero così piacevole?

Dio fornirà la carne. Gli anziani forniranno assistenza. Ma per quanto riguarda il peso di “prendere in seno il popolo così come fa la balia”, di cui Moshe sente di essere stato ingiustamente gravato? Come fa notare il mio amico Shmuel Goldin: questo, Moshe, è ciò che è la leadership. Aiutare le persone come loro infermiere? Questo è il destino del leader. Dovrai impararlo da solo.

La 7° aliyà (11:30-12:16) Un vento portò le quaglie, coprendo la terra. Il luogo si chiamava Kivrot Hataava. Miriam e Aharon parlarono male della moglie di Moshe; Moshe era il più umile di tutte le persone. Dio parlò a Moshe, Aharon e Miriam, chiamando Aharon e Miriam. Con voi due parlo nei sogni: non così con Moshe. Con lui parlo faccia a faccia. Miriam divenne lebbrosa. Moshe pregò per la sua guarigione. Le lamentele continuano; questa volta da una fonte inaspettata, Aharon e Miriam. Questa sfida è breve ma potente.

Le sfide, i conflitti, i disaccordi che sorgono nella vita non devono essere visti solo come meschinità e debolezze. Anche il più grande dei grandi del nostro popolo può avere disaccordi con i nostri leader. Questa è una prospettiva cruciale su tutte le sfide a venire; gli esseri umani non saranno mai esenti da disaccordi o sfide. Non è solo una brama di carne. Sono anche i più santi dei santi della gente che legittimamente, ma qui erroneamente, interrogheranno il nostro leader più santo.

Un atteggiamento di accettazione: la vera riforma della conversione di cui abbiamo bisogno – opinione

Un atteggiamento di accettazione: la vera riforma della conversione di cui abbiamo bisogno – opinione

C’è un punto chiave che è stato trascurato in mezzo a tutti i battibecchi: il nostro atteggiamento verso coloro che scelgono di convertirsi, che non è meno bisognoso di miglioramenti.

Di MICHAEL FREUND

La conversione è stata nelle notizie molto di recente e per tutte le ragioni sbagliate.

I piani del governo di approvare una legislazione che riformerebbe il sistema di conversione di Israele hanno scatenato una feroce protesta, con sostenitori e oppositori che invocano retorica e persino vetriolo che sembrano stranamente fuori luogo data la natura spirituale dell’argomento in questione.

Il dibattito si è incentrato su chi dovrebbe essere autorizzato a convertire, quali standard di conversione dovrebbero essere applicati e chi deve avere l’autorità ultima per conferire il timbro di approvazione dello stato.

Per quanto importanti siano queste domande, c’è un punto chiave che è stato trascurato in mezzo a tutti i battibecchi: il nostro atteggiamento verso coloro che scelgono di convertirsi, che non è meno bisognoso di miglioramenti.

Dopotutto, il processo è cruciale, ma lo sono anche le persone. Occorre compiere ogni sforzo per garantire il rispetto di adeguati standard di conversione halachica. Ma dobbiamo ricordare che queste norme includono anche l’amore per il convertito e l’accoglienza in mezzo a noi con calore e affetto.

Troppi di noi guardano ancora con sospetto ai convertiti, mettendo ingiustamente in discussione la loro sincerità o le loro motivazioni. Invece, noi come ebrei dobbiamo fare uno sforzo maggiore per abbracciare gli ebrei per scelta e inondarli di gentilezza e adorazione.

Negli ultimi due decenni, come presidente di Shavei Israel, ho lavorato con innumerevoli persone provenienti da una varietà di paesi in tutto il mondo che hanno fatto sacrifici coraggiosi ed enormi per legare il loro destino con il popolo ebraico. In un mondo in cui l’antisemitismo e l’odio per gli ebrei è in aumento, la decisione di unirsi al popolo di Israele è niente di meno che coraggiosa e persino eroica.

In effetti, come ebrei di nascita, abbiamo molto da imparare dai convertiti sul non dare per scontata la nostra fede o identità. Nel corso della storia del nostro popolo, i proseliti e la loro progenie ci hanno arricchito spiritualmente.

Le nostre preghiere quotidiane includono numerosi passi dei Salmi, che sono stati scritti dal re Davide, un discendente di Rut il Moabita. Accanto al testo in ogni edizione ebraica standard del Pentateuco c’è il commentario aramaico di Onkelos, scritto da un nobile romano che si convertì al giudaismo quasi due millenni fa. E la Bibbia stessa include il Libro di Abdia, che fu scritto da un convertito edomita che divenne un profeta ebreo.

Diversi luminari talmudici le cui regole hanno plasmato l’ebraismo come lo conosciamo oggi erano discendenti di convertiti, come il grande rabbino Akiva e il suo allievo Rabbi Meir. A proposito di quest’ultimo, il Talmud dice in Eruvin 13b: “Rabbi Aha bar Hanina ha detto: È rivelato e conosciuto prima di Colui che parlava e il mondo è venuto in essere che nella generazione di Rabbi Meir non c’era nessuno che fosse suo pari”.

È interessante notare che l’atto di convertire un gentile al giudaismo non è elencato tra le 613 mitzvot della Torah da nessuno dei principali codificatori della legge ebraica, ma il requisito di amare il convertito lo è sicuramente.

Il Sefer Hahinuch, un testo del 13° secolo attribuito a uno studente di Nahmanide che enumera le mitzvot, dice (Mitzvah 431): “Ci è comandato di amare il convertito”, osservando che “siamo avvertiti di non causare loro alcun dolore, ma piuttosto di fare loro del bene e trattarli rettamente come meritano”.

E nel suo grande compendio della legge ebraica, la Mishneh Torah, Maimonide scrive (Hilchot De’ot 6:4) che “Dio ci ha comandato riguardo all’amore di un convertito, proprio come ci ha comandato di amarLo”, e aggiunge che “Dio Stesso ama i convertiti, come dice la Torah (in Deuteronomio 10:18), ‘e ama i convertiti'”.

E una delle affermazioni più potenti di tutte si trova nel Midrash Tanhuma (Lech Lecha 6), dove Rabbi Shimon ben Lakish afferma: “Un proselita è più amato davanti al Santo, sia Benedetto, di tutti coloro che stavano sul Monte Sinai [cioè, il popolo di Israele]”.

Spiega che se le persone che stavano al Sinai “non avessero sperimentato il tuono, le fiamme, i fulmini, il tremito della montagna e il suono degli shofar, non avrebbero accettato il giogo del Regno dei Cieli”.

Al contrario, dice Rabbi Shimon ben Lakish, il convertito al giudaismo non ha assistito a nessuna di queste cose e tuttavia ha scelto di sua spontanea volontà di accettare Dio. Conclude chiedendo retoricamente: “C’è qualcuno più prezioso di questo?”

Tuttavia i cambiamenti si svolgono nella battaglia sul sistema di conversione di Israele, quando la polvere si deposita faremmo bene a prendere a cuore le parole di Rabbi Shimon ben Lakish. Piuttosto che concentrarci esclusivamente su come perfezionare il processo di conversione, dobbiamo anche dare la priorità alla ricerca di modi per abbracciare coloro che si uniscono al popolo ebraico. Solo allora potremo dire che il sistema di conversione sarà stato veramente riformato.

Lo scrittore è fondatore MICHAEL FREUND e presidente di Shavei Israel (www.shavei.org), che aiuta le tribù perdute e altre comunità ebraiche nascoste a tornare al popolo ebraico.

Articolo tratto dal Un atteggiamento di accettazione: la vera riforma della conversione di cui abbiamo bisogno – opinione – The Jerusalem Post (jpost.com)

Un passato ebraico segreto: il viaggio multinazionale della genealogista Genie Milgrom per scoprire le sue radici

Un passato ebraico segreto: il viaggio multinazionale della genealogista Genie Milgrom per scoprire le sue radici

La pluripremiata genealogista, autrice e oratrice Genie Milgrom è cresciuta cattolica romana, ma a partire dalla quinta elementare, ha istintivamente sentito di essere ebrea.

Nato a L’Avana, Cuba nel 1955, Milgrom ha frequentato scuole cattoliche a Cuba e negli Stati Uniti, ma “sentiva che qualcosa non andava… È difficile da spiegare, ma la maggior parte delle persone che provengono da questo tipo di radici [sperimentano] questo fenomeno “, ha detto a The Jewish Press.

Ha sposato un uomo cattolico cubano quando era molto giovane e ha avuto due figli. All’età di 28 anni, tuttavia, si sentì in dovere di cambiare rotta. “Non posso più farlo”, ricorda di aver provato. “Sono sempre stata una persona spirituale, una persona religiosa, e ho avuto molti problemi con il dogma della religione cattolica”.

Nei successivi sette anni, cambiò radicalmente la sua vita divorziando e convertendosi all’ebraismo ortodosso. Aveva la sensazione istintiva di essere già ebrea di nascita– ma nessuna prova.

Vivendo a Miami, Milgrom si è immersa nella comunità ebraica, diventando presidente di sorellanza e tesoriere della sinagoga locale dei Giovani Israeliani. Attraverso il suo lavoro nell’industria farmaceutica, incontrò il suo secondo marito, Michael, un ebreo chassidico Ashkenaz, e si sentì immediatamente a casa con la sua famiglia.

***

Il giorno in cui Milgrom si risposò, sua nonna l’aveva avvertita di quanto sia pericoloso essere ebrea – cosa che Milgrom pensava significasse il pericolo che la sua anima lasciasse il cattolicesimo. Fu solo anni dopo, dopo che sua nonna morì nel 1993 e Milgrom ricevette un paio di orecchini con la stella di David, che si rese conto del vero significato delle parole di sua nonna. La nonna di Milgrom le aveva insegnato, come assicurarsi che non ci fosse sangue nelle uova e spazzare al centro della stanza, ha iniziato ad avere senso.

(Durante l’Inquisizione spagnola, apprese in seguito, i cripto-ebrei avevano rimosso i mezuzah dai loro stipiti, ma nel tentativo di mantenere ancora sacra l’area della porta, non avrebbero spazzato vicino ad essa.)

Milgrom ha anche trovato ricette di famiglia risalenti all’Inquisizione, come le costolette di maiale finte. “Quello che facevano era fare questa braciola di maiale con toast alla francese, e poi quando la mangiavano gettavano una vera braciola di maiale nel loro camino e sentivano l’odore del posto in modo che i servi, gli operai e i vicini pensassero che stessero mangiando carne di maiale”, ha spiegato.

Milgrom ha deciso di indagare strategicamente sul suo lignaggio impiegando l’aiuto di Fernando Gonzalez del Campo Roman, un ex sacerdote in Spagna che è anche un esperto genealogista. “Non sono il tipo di persona che vive in un mondo fantastico”, ha detto. “Sono molto radicato, sono molto radicato e volevo qualcuno che dubitasse di ciò che stavano cercando. Questo è un ex prete – non vuole che io sia ebreo, quindi lasciatemi assumere lui per trovare le mie radici ebraiche”. Gonzalez del Campo Roman fu in grado di rintracciare il lignaggio familiare di Milgrom fino al 1545.

I registri del battesimo che ottenne riportavano “Bajo necesidad” accanto ai nomi di tutti i bambini della famiglia di Milgrom. Ciò significava che non si battezzavano, secondo quanto riferito, perché erano troppo malati per andare in chiesa per questo.

La madre di Milgrom, che proveniva da una famiglia cubana d’élite che viaggiava in circoli sociali dove non c’erano ebrei, inizialmente cercò di dissuaderla dall’indagare troppo a fondo sottolineando che c’erano molte suore e sacerdoti in famiglia – ma questo era comune per i cripto-ebrei che volevano nascondere i bambini ebrei dalla persecuzione. L’ultimo evento consapevole di sua madre prima di essere colpita dal morbo di Alzheimer è stato accendere candele Shabbos e recitare la bracha con lei. È morta diverse settimane fa.

Nel 2014, dopo più di 10 anni di ricerca, Milgrom si è recata a un beit din a Gerusalemme, dove ha raccontato al dayan del suo albero genealogico e di come i suoi nonni sono nati a Fermoselle, un piccolo villaggio sulla scogliera tra Spagna e Portogallo, dove i suoi parenti avevano vissuto per 523 anni. Le suggerì di scoprire la storia ebraica di Fermoselle perché, per quanto ne sapeva, non c’era traccia di una comunità ebraica lì.

Mentre Milgrom viaggiava con suo marito in Portogallo, si rese conto che la sua famiglia doveva essere stata coinvolta nell’Inquisizione portoghese. Ha abbinato i nomi nei file dell’Inquisizione con il suo albero genealogico che ha confermato che almeno 45 parenti da parte materna erano martiri che erano stati bruciati a morte per essersi rifiutati di convertirsi. “Stavo leggendo di queste nonne, zie e ragazzi di 15 anni con questa incredibile fede”, ha ricordato, “e mi sono detta: ‘Come potrei non essere una donna di fede se i miei antenati fossero così?'”

Una volta raggiunta Fermoselle, Milgrom notò simboli religiosi incisi in molti muri di pietra, compresi edifici che presto scoprì essere sinagoghe. “Ho mandato [le foto dei simboli] a Oxford, ad Harvard, a Notre Dam”. Un archeologo le disse che se voleva scoprire il segreto dietro i simboli, avrebbe dovuto guardarli quando il sole li colpiva alle 14:00.m., poiché questo era un modo comune in cui i cripto-ebrei lasciavano messaggi.

Uno di questi simboli che è stata in grado di vedere più chiaramente alle 14:00 .m., noto come cripto-croce, era una croce con un’ancora circondata sotto di essa, l’ancora è lo stesso simbolo trovato sulle antiche monete israeliane. Milgrom riconobbe questo simbolo sul retro di una chiesa dove sarebbe stata collocata una mezuzah.

“Non è scritto da nessuna parte, ma so che hanno toccato la croce”, ha spiegato. “Fermoselle è stata costruita su una montagna di roccia, granito… Ogni parete è ruvida al tatto. Quando arrivi a quella porta sul retro della chiesa con quella croce con l’ancora, è morbida come il burro. Per generazioni, le persone lo hanno toccato… La gente lo trattava come una mezuzah“.

Milgrom ha detto a uno storico di Fermoselle che il suo nome di famiglia era Bollico (“piccolo panino”), che ha conosciuto origini ebraiche. Lo storico si offrì di portarla in una sinagoga che da allora era stata convertita in una casa privata. Il giorno dopo, Milgrom si trovò a camminare lungo sette gradini che portavano nel seminterrato della casa, e quando vide un enorme beccuccio sporgere, si rese conto che si trovava nel mezzo di quello che una volta era un mikvah.

Genie Milgrom, fotografata nel 2016, si trova all’ingresso della sua casa di Miami avvolta in un lungo albero genealogico, pieno dei nomi di 22 generazioni di nonne. È in piedi di fronte a un mosaico che ha creato.

Più tardi, un ex sindaco del villaggio la portò in un’altra sinagoga, dove vide le panchine e dove avrebbero messo l’Aron Hakodesh. “Tutto quello che sto facendo è piangere per la storia ebraica perduta”, ha detto, “e in quel momento, è diventata la mia missione che questo è ciò che stavo per fare – stavo per andare in giro per il mondo a parlare di questo”.

Ha inviato le prove che ha scoperto da 22 generazioni del suo lignaggio a un rabbino in Israele, che non ha accettato i test del DNA e ha richiesto che tutti i documenti fossero documentati su carta. Ci sono voluti anni perché alcuni dei documenti fossero tradotti in ebraico. Alla fine, ha ricevuto una risposta dal rabbino. “Ho ricevuto una bella lettera che diceva che ero nato ebreo. La lettera diceva che D-o mi aveva portato in questo luogo in un modo molto rotondo, ma che tutti i miei ascendenti e discendenti erano ebrei. È stata una giornata incredibile!”

***

Milgram ha iniziato a postare sui suoi antenati sui social media nel 2010 e ha guadagnato un seguito di migliaia di persone, molte delle quali hanno chiesto a Milgrom come ha scoperto cosa ha fatto e le hanno detto che vorrebbero cercare anche il loro passato forse ebraico. Ha iniziato a scrivere un libro su storie e ricette di cripto-ebrei vissuti durante il periodo dell’Inquisizione spagnola. Il suo pubblico aspettava con ansia il prossimo capitolo, che ha pubblicato sui social media mentre lo scriveva, mentre viaggiava in tutto il mondo per scoprire il suo passato.

Milgrom è stata insignita della Medaglia delle Quattro Sinagoghe Sefardite di Gerusalemme per le sue scoperte rivoluzionarie sulla storia ebraica di Fermoselle. Due dei suoi libri, My 15 Grandmothers e Pyre To Fire, hanno vinto l’International Latino Book Awards.

Oggi fa parte del comitato consultivo della Society for Crypto-Judaic Studies of Greater Miami e ha parlato alla Knesset, al Parlamento europeo e all’AIPAC. È anche direttrice per l’America Latina per Kulanu.org, dove insegna l’ebraismo in spagnolo e suo marito insegna in francese.

Negli ultimi 10 anni, Milgrom ha lavorato come genealogista per aiutare le persone a trovare le loro radici ebraiche. Ha parlato in un panel con il famoso demografo Dr. Sergio Della Pergola, che ha stimato che ci sono ben 50 milioni di altri discendenti di cripto-ebrei di Spagna che non conoscono ancora il loro passato.

“C’è una quantità sbalorditiva di persone che potrebbero cambiare il volto del popolo ebraico”, ha detto Milgrom.

articolo tratto dal Un passato ebraico segreto: il viaggio multinazionale della genealogista Genie Milgrom per scoprire le sue radici | La stampa ebraica – JewishPress.com | Eve Glover | 26 Shevat 5782 – 27 gennaio 2022 | JewishPress.com

AVIEL MANLUN, DJ DI GERUSALEMME

AVIEL MANLUN, DJ DI GERUSALEMME

Aviel Manlun, è un DJ di 29 anni a Gerusalemme. Membro della comunità Bnei Menashe, Aviel ha fatto l’aliyah con la sua famiglia, di Manipur, in India, nel 1994, quando aveva solo due anni. Aviel è cresciuto con la sua famiglia, i suoi genitori e il fratello maggiore, a Kiryat Arba.

Come ricorda, “Quando siamo venuti in Israele, eravamo i primi della nostra famiglia allargata, ma ora, grazie a Shavei Israel, quasi tutta la nostra famiglia è stata portata qui in aliyah”. In relazione a come ha percorso il suo percorso professionale, ricorda: “Nel primo lockdown Covid ho deciso di concentrarmi su ciò che amo, che è la musica. Ho studiato produzione musicale all’U Music College di Gerusalemme. Le abilità di DJ le ho imparate da solo, attraverso internet.” 

Dopo alcuni mesi di apprendimento, Aviel ha iniziato a registrare nei bar di Gerusalemme. Lentamente ha anche iniziato a fare eventi. Attualmente ha concerti regolari in diversi bar locali. Aviel aggiunge: “Mesi fa ho deciso di intraprendere un nuovo percorso e diventare indipendente. Ho lasciato il mio lavoro lavorando come direttore di un ristorante a Gerusalemme. Attualmente fornisco servizi di DJ per tutti gli eventi e fornisco anche servizi di amplificazione, produco feste e creo musica elettronica.

” Siamo così felici di vedere Aviel seguire i suoi sogni e augurargli solo successo.

Parashat Terumà

Parashat Terumà

Rav Reuven Tradburks

Teruma ha un tema: le istruzioni per costruire il Mishkan. Moshe chiede contributi di materiali. Vengono date istruzioni per la costruzione di: l’Aron per ospitare le tavole dei 10 comandamenti, la Tavola su cui sarebbero stati posti i pani, la Menorah, le coperture del Mishkan, la costruzione del Mishkan, l’altare per le offerte del cortile del Mishkan e il cortile che circonda il Mishkan.

1° aliya (25:1-16)

Moshe è incaricato di dire al popolo di portare donazioni di materiali: oro, argento, rame, tessuti, pelli di animali, olio, incenso e gioielli. E fate di me un santuario e io abiterò in mezzo a loro. Fai un Aron: legno ricoperto d’oro, pali con cui portarlo. E metti nell’Aron le tavolette che ti darò.

La Torah descrive il Mishkan come un luogo in cui Dio dimora tra il popolo ebraico. Il modo in cui l’Eterno, l’Infinito abita sulla terra è roba da filosofi. Ma si inserisce perfettamente nel flusso della narrativa della Torah. Alla portata di Dio per l’uomo, Egli si avvicina sempre di più. Crea un mondo. Avvia il contatto con Adamo ed Eva, con Caino e con Noè. Ma i loro peccati portano da Lui l’esilio: Adamo ed Eva allontanati dal Giardino, Caino a vagare per il mondo, la torre di Babele disperde il popolo. Quando inizia il contatto con Avraham, è per avvicinarlo, promettendo alla Terra. Poi interviene nella natura per riscattare il popolo dall’Egitto, spaccando il mare: è andato ben oltre il semplice parlare all’uomo, anzi ora ha abbracciato tutto il popolo ebraico. Poi tira via il velo parlando con tutto il popolo del Sinai. Un luogo in cui abitare in modo coerente, non solo sporadicamente sulla terra, è il naturale passo successivo. Abbina il rapporto di un uomo e di una donna: avviare una conversazione, fare una promessa e un impegno, aiutarsi e aiutarsi a vicenda, un contatto stretto e intimo come il Sinai e poi una casa.

2° aliya (25:17-30)

Coprire l’Aron con una copertura d’oro, da cui emergono 2 angeli, uno di fronte all’altro, con le ali spiegate. Mi incontrerò e parlerò con te là, tra gli angeli che sono sull’Aron. Fai un tavolo di legno ricoperto d’oro, con dei pali con cui portarlo. Il Lechem Hapanim vi sarà permanentemente collocato.

L’immanenza di D-o che è inerente al Mishkan è temperata da coperture eccessive. Le tavolette dei 10 comandamenti devono essere sigillate nell’Aron, coperte e nascoste nel Santo dei Santi. Mai da vedere. I luchot sono il simbolo della comunicazione di Dio con noi. Li avrei presi, appoggiati in alto su un piedistallo, esporli nei luoghi più pubblici. Eppure, l’opposto di un’esposizione pubblica è fatto. Mettili nell’Aron, coperti, posti all’interno del Santo dei Santi, che a sua volta è nascosto da una tenda, e dove nessuno tranne 1 Cohen Gadol, 1 volta all’anno può entrare. Solo 1 persona all’anno vedrà mai l’Aron, anche se certamente non i luchot che ci sono dentro.

All’immanenza di D-o nel Mishkan si contrappone il mistero della trascendenza, l’incapacità dell’uomo di cogliere qualsiasi comprensione di Lui: simboleggiata coprendo proprio la cosa che rappresenta la Sua intimità, le tavole dei 10 Comandamenti. È vicino, ma nascosto. Abitando in mezzo a te, eppure irraggiungibile. Presente, ma impercettibile.

3a aliya (25:31-26:14)

Modella una Menorah in oro massiccio, decorata con coppe, pomelli e boccioli con 7 luci. Fallo nella forma che hai visto al Sinai. Tende alla moda tessute di tchelet, viola e rosso con cherubini. Queste lunghe tende devono ricoprire l’intero mishkan sia come tetto che come copertura dei lati dell’edificio. Devono essere realizzati in sezioni e poi uniti. In cima a questi, tende alla moda di pelo di capra. E per di più una copertura di montone rosso e pelli di tachash.

Il Mishkan è costituito da un edificio coperto da 3 coperture. All’interno dell’edificio, nella sala più interna del Santo dei Santi, si trova l’Aron, nascosto da una tenda. Fuori di questa tenda sono la Tavola con i pani, la Menorah e un altare per l’incenso. (Alcuni di questi saranno descritti nel seguito aliyot). Questo è tutto coperto in cima da 3 tende. Queste tende formano il tetto dell’edificio. Il primo set di tende è realizzato in lana colorata intrecciata con un disegno intrecciato di angeli. Queste tende multiple sono drappeggiate completamente da terra su un lato dell’edificio, in alto e in basso sull’altro lato, arrivando quasi fino a terra. Il secondo set di tende drappeggiate è realizzato in pelo di capra. Questi sono stati posti sopra i primi, coprendoli completamente, avvicinandosi al suolo. Il primo set di tende meravigliosamente intrecciato non è stato affatto visto da coloro che si trovavano all’esterno del Mishkan. Sarebbero stati visti solo dai Cohanim entrati nel Mishkan. Il 3° set di tende in pelle o pelliccia giaceva sopra le tende in pelo di capra nera.

Queste tende rafforzano la privacy, la natura isolata del Mishkan.

4° aliya (26:15-37)

Realizza pannelli di legno ov

ricoperta d’oro. Questi siederanno in prese d’argento. La serie di pannelli dorati sovrapposti sarà di 30 amo, in totale, lungo i lati. Un’estremità avrà 10 amot di questi pannelli.

Ai Cohanim fu permesso di entrare in questo Mishkan. Vedrebbero pareti dorate e alzando lo sguardo vedrebbero la tenda intrecciata colorata con il disegno dell’angelo.

5° aliya (27:1-8)

Fai un parochet, una tenda di lana colorata intrecciata con il disegno di un angelo. Questo dividerà il Santo dei Santi dall’area esterna. L’Aron sarà nel Santo dei Santi. La Tavola e la Menorah saranno fuori da questo sipario. L’ingresso all’estremità opposta di questo edificio dal Santo dei Santi avrà una tenda intrecciata come muro.

L’Aron non era visibile ai Cohanim; è nascosto dietro una tenda intrecciata colorata con il disegno dell’angelo. Vedrebbero la Menorah e la Tavola con i pani, nonché un altare dell’incenso (non ancora descritto).

Si potrebbe considerare questa come una casa minimalista: luce, cibo, tavola. E il luogo privato interiore dove Egli dimora.

Questo parochet, o tenda, è fatto di lana colorata, intrecciata con un motivo di Cherubini o angeli. Questo stesso disegno, di lana intrecciata con cherubini o angeli, è usato per la tenda appesa all’ingresso del Mishkan. E questo stesso materiale con il disegno dei cherubini viene utilizzato per le tende o drappeggi che ricoprono l’intero Mishkan, visibile dall’interno. Che aspetto avevano questi cherubini nel design?

La copertura dell’intero Mishkan e del Parochet davanti al Santo dei Santi aveva un disegno diverso sui 2 lati del sipario. Da un lato c’era un angelo alato che sembrava un’aquila. L’altro era un angelo alato che sembrava un leone. La tenda che pendeva all’ingresso del Mishkan aveva solo un disegno di un angelo leone su entrambi i lati.

6° aliya (27:9-19)

Realizza un altare di 5 amt quadrati con corna agli angoli, ricoperto di rame. Tutti gli utensili, pentole, pale, padelle e forchette saranno di rame. Pali di legno ricoperti di rame sono posti in anelli per sostenere l’altare.

Un ama, o cubito, è la lunghezza dal gomito alla punta delle dita. Che sarebbe di circa un piede e mezzo, o mezzo metro. 5 amot sarebbero 7 piedi e mezzo per 7 piedi e mezzo. Questo altare è un po’ più grande di qualsiasi altro oggetto nel Mishkan.

Questo altare è posto all’esterno dell’edificio Mishkan che conteneva la Menorah, la tavola, l’altare dell’incenso e il Santo dei Santi con l’aron. L’altare si trova nel grande cortile descritto nella prossima aliya. Mentre l’edificio Mishkan era interamente coperto, quest’area dell’altare e del cortile è aperta al cielo.

7° aliya (27:9-19)

Realizza tende di lino bianco e fine per il cortile che circonda il Mishkan. Le tende saranno appese ai pali. Il cortile deve essere lungo 100 amot e largo 50 amot. La tenda all’ingresso del cortile sarà di lana intrecciata colorata.

La struttura, la struttura statica del Mishkan è completa. C’è un ricco simbolismo nell’Aron, nella Tavola, nella Menorah, nell’Altare, nessuno dei quali abbiamo discusso. La nostra enfasi era sulla tensione inerente a un luogo terreno di contatto tra l’uomo e D-o. E che questa tensione sia veicolata attraverso le coperture, un modo simbolico per veicolare un messaggio dell’esperienza sublime, misteriosa, nascosta, ineffabile del contatto Divino con il terreno.

Informazioni sull’autore

Rav Reuven Tradburks è il direttore di Machon Milton, il corso preparatorio inglese per la conversione, un’associazione del Consiglio rabbinico d’America (RCA) e Shavei Israel. Inoltre, è il direttore della RCA-Region Israel. Prima della sua aliyah, Rav Tradburks ha servito 10 anni come direttore della Corte di conversione Vaad Harabonim di Toronto e come rabbino congregazionale a Toronto e negli Stati Uniti.

Parashat Mishpatim

Parashat Mishpatim

Rav Reuven Tradburks

Iniziamo una nuova era nella Torah: l’era delle Mitzvoth (precetti). Nei primi 86 versi del Parsha ci sono 51 mitzvot. La maggior parte del parsha è costituita da mitzvot di diritto civile. La fine del parsha riprende la narrazione, descrivendo l’imminente ingresso nella terra d’Israele. Moshe sale la montagna per ricevere le tavolette.

Per dare una struttura a queste 51 mitzvot, ho introdotto ogni sezione con un titolo in grassetto, che indica il tema delle leggi che seguono.

1° aliya (21:1-19)

E queste sono le leggi in cui devi istruirli. Le leggi degli schiavi: uno schiavo ebreo diventa libero dopo aver lavorato 6 anni. Se lo desidera, può estendere la sua schiavitù in modo permanente. Il proprietario o suo figlio possono sposare una schiava. Se scelgono di non farlo, si libera durante la pubertà. L’aggressione fisica con conseguente morte è punibile con la morte; come aggredire un genitore, rapire, maledire un genitore. In caso di aggressione fisica non mortale si pagano i danni, la disoccupazione e le spese mediche.

La Parsha della scorsa settimana si è concluso con l’esperienza culminante della rivelazione al Sinai – e la paura della gente nell’udire la voce di D-o. Che contrasto, seguirlo immediatamente con le leggi sulla schiavitù. E aggressione. Rashi fa notare che la prima parola del parsha ha un “vav”, “e queste sono le leggi”. Anche se per noi questo è un nuovo parsha, nella Torah è la continuazione della narrazione del Monte Sinai. Dobbiamo porre la domanda ovvia; in che modo tutte queste leggi civili sono collegate alla narrazione?

Il lungo soggiorno in Egitto aveva numerosi scopi: 1) permettere a tutto il popolo ebraico di sperimentare la Mano di Dio nella storia, 2) permettere all’intero popolo ebraico di sperimentare la rivelazione al Sinai e 3) insegnare al popolo ebraico che tipo di una società che non vogliono emulare. Stiamo viaggiando verso una nuova vita, una società ebraica nella terra d’Israele. Non stiamo solo lasciando l’Egitto; abbiamo una destinazione. Ma quella società che stiamo per costruire, non farla come quella in Egitto. Lasciati alle spalle la società egiziana. La nostra società ebraica non deve essere per niente come quella società: stiamo costruendo una società anti-Egitto. Lasciati alle spalle i suoi abusi sugli schiavi, il suo irriverente disprezzo per la vita umana (bambini nel fiume), il suo uso eccessivo della forza fisica (il padrone degli schiavi).

La nostra società ebraica rispetterà la vita, rispetterà gli altri, delineerà il rispetto per la proprietà degli altri e costruirà una società di bontà e giustizia. Quindi, a questo proposito, ha perfettamente senso iniziare la descrizione della società ebraica proprio nelle cose in cui la società egiziana ha fallito: schiavitù, aggressione fisica, violazione della proprietà.

2a aliya (21:20-22:3)

Aggressione fisica con conseguente pagamento finanziario: aggressione di schiavi, di una donna incinta con conseguente perdita di gravidanza. L’aggressione di uno schiavo con conseguente perdita di un occhio o di un dente garantisce allo schiavo la sua libertà. Danni causati dalla mia proprietà o dalle mie azioni: un bue incornato con conseguente morte di una persona, morte di un animale a causa di una fossa scavata da me, o come risultato del mio bue che incorna un altro. Il furto e la vendita o la macellazione di animali richiedono la restituzione di 4 o 5 volte il valore della perdita. Nel furto clandestino, se il ladro viene ucciso, si presume che l’autore abbia agito per legittima difesa. La punizione per il furto è il doppio dell’oggetto rubato.

Oltre al rispetto per la dignità degli altri, la nostra società deve essere equa. L’argomento di questa aliya non sono i buoi che incornano i buoi; sono le persone che si assumono la responsabilità della loro proprietà. Se la mia proprietà danneggia la tua, mi assumo la piena responsabilità. Persone che rispettano la proprietà altrui.

3° aliya (22:4-25)

Buoni vicini: i danni alla vostra proprietà devono essere risarciti se fatti dai miei animali al pascolo o da un fuoco acceso da me nella mia proprietà; leggi di risarcimento per la perdita della tua proprietà mentre sei custodito o preso in prestito da me. Leggi quando si approfitta di un altro: sedurre una donna non sposata, stregoni messi a morte. Se uno opprime lo straniero, la vedova o l’orfano e mi chiama, le vostre mogli saranno vedove, figli orfani.

Tornando al tema del rifiuto delle norme dell’Egitto la superpotenza; il potere non concede privilegi. Ci sono persone con potere. E le persone senza. Lo straniero, la vedova e l’orfano non hanno potere: sono soli, senza nessuno a difendere la loro causa. Non depredare la loro mancanza di potere. Io, dice D-o, sono il Campione di coloro che non hanno potere. Potrebbero non avere nessuno a cui rivolgersi. Ma hanno sempre Me. Tu, con il potere, che approfitti di quelli che sono senza; avrai Me con cui fare i conti.

4° aliya (22:26–23:5)

Buoni cittadini: non maledire giudici o governanti, non ritardare gli obblighi, né allearsi con imbroglioni per pervertire la giustizia, né seguire una cattiva folla nelle controversie. Vicini utili: restituisci un animale randagio, aiuta a liberare un animale allacciato anche dal tuo nemico.

Lo squilibrio di potere dell’Egitto che ha generato il risentimento di chi è al potere non fa per noi. Noi siamo loro: rispetta chi è al potere, perché ci serve. La nostra società deve essere cooperativa per il bene di tutti noi. E meglio

risuonare la vita degli altri non è responsabilità esclusiva del governo: tutti noi possiamo migliorare la vita degli altri – avviare la restituzione degli oggetti smarriti, alleggerendo il peso degli altri.

5° aliya (23:6-19)

Giustizia: non pervertite la giustizia – dei poveri e dei deboli, con la menzogna, con le bustarelle e con lo straniero, perché voi eravate stranieri in Egitto. I limiti dell’uomo nel mondo di D-o: lavorare la terra 6 anni, lasciarla ai poveri nel 7°. Lavora 6 giorni, concedi riposo ai tuoi lavoratori il 7. Osserva le 3 feste di pellegrinaggio: Pesach, Shavuot, Sukkot. Non apparire a mani vuote.

Questo elenco dettagliato di ciò che chiameremmo diritto civile si conclude con Shmita, Shabbat e le festività. La radice di una società ebraica è la sana realizzazione dei limiti dell’uomo e la nostra collaborazione con D-o. Lavoriamo; ma la terra è sua. Assumiamo lavoratori; ma noi tutti gli siamo servi. La nostra agricoltura è scandita dalle vacanze; in modo da temperare la nostra ricerca della ricchezza per amore della ricchezza con un’infusione di stare davanti a Lui.

6° aliya (23:20-25)

Viaggio nella terra: mando il mio angelo per guidarti nella terra d’Israele. La fedeltà a ciò che dico garantirà il successo del vostro insediamento della terra. Non adorare gli idoli lì; servi piuttosto Dio e godrai di benedizione e salute nella terra.

L’elenco delle mitzvot si conclude e la narrazione riprende. Siamo in viaggio verso la terra d’Israele. Perché la narrazione è stata interrotta con le 51 mitzvot? Dobbiamo ricordare che conosciamo la storia dei 40 anni nel deserto. Ma non lo fanno. A Moshe fu detto da Dio che avrebbe portato il popolo fuori dall’Egitto, portandolo sul monte Sinai. E portali nel paese d’Israele. Finora sono fuori dall’Egitto, sono stati nel Sinai; ora, pronto per il viaggio verso la terra d’Israele. Nella mente delle persone, l’elenco delle mitzvot che costituiscono una società giusta e gentile ha perfettamente senso. Perché tra pochi mesi daranno vita a una nuova società ebraica in terra d’Israele. Dopo aver ascoltato quelle mitzvoth, ora sanno in che modo sarà una società ebraica, secondo queste leggi gentili e giuste.

7° aliya (23:26-24:18)

I tuoi avversari nel paese si rannicchieranno. Farò in modo che se ne vadano lentamente nel tempo in modo che la terra non sia desolata quando arrivi. Non fare patto con il popolo della terra; potrebbero non abitare con te, altrimenti non finirai per servire i loro dèi. Moshe salì sulla montagna, scrisse le parole di D-o. Costruì un altare ai piedi del monte; furono portate offerte. Lesse le parole del patto; le persone hanno risposto che adempiranno a tutto. Il sangue fu asperso come patto. Moshe ascese con Aharon, Nadav e Avihu ei 70 anziani; percepirono lo zaffiro, la purezza dei cieli. Dio chiamò Moshe sulla montagna per dargli il luchot, la Torah e le Mitzvot. La nuvola di D-o era sulla montagna, la visione di D-o come un fuoco consumante. Moshe è stato lì 40 giorni e 40 notti.

L’ultima aliya di un parsha riceve scarsa attenzione. Ma quest’ultimo paragrafo? Zaffiro, visione della purezza del cielo, nuvola e fuoco sulla montagna. Mentre spesso ci concentriamo sul contenuto dei 10 comandamenti al Sinai, nella Torah viene data molta più attenzione al dramma dell’esperienza; sia a Yitro la scorsa settimana che in questa descrizione. L’esperienza del Sinai è spaventosa. La gente si sentiva insicura, spaventata, indegna, sopraffatta, confusa. Vogliono un Dio vicino e benevolo, ma potrebbero benissimo avere dei ripensamenti nel vedere il potere e le implicazioni di ciò che significa un Dio vicino.

Informazioni sull’autore

Rav Reuven Tradburks è il direttore di Machon Milton, il corso preparatorio inglese per la conversione, un’associazione del Consiglio rabbinico d’America (RCA) e Shavei Israel. Inoltre, è il direttore della RCA-Region Israel. Prima della sua aliyah, Rav Tradburks ha servito 10 anni come direttore della Corte di conversione Vaad Harabonim di Toronto e come rabbino congregazionale a Toronto e negli Stati Uniti.

UN MEMORABILE TU B’SHEVAT A LODZ, POLONIA

UN MEMORABILE TU B’SHEVAT A LODZ, POLONIA

La comunità ebraica di Lodz, in Polonia, con l’emissario di Shavei Israel, il rabbino Dawid Szychowski, ha celebrato un Tu B’Shevat molto speciale.

La prima parte aveva lo scopo di incontrare gli attivisti polacchi che preservano l’eredità ebraica della loro città. I partecipanti hanno appreso dal rabbino Dawid di Tu B’Shevat e Lidka Checinska di Piotrkow Trybunalski hanno presentato l’organizzazione “Kesher” e le proprie attività per preservare l’eredità ebraica nella sua città. È la prima attivista a presentare da un elenco di attivisti nella regione che saranno invitati a presentare il loro lavoro nei prossimi incontri durante il programma annuale su “Il ciclo delle feste ebraiche: prospettive culturali e universali”

Per la seconda parte dell’evento, tutti si sono recati nella speciale Tenda della Pace, preparata dalla Chiesa cattolica nell’ambito della loro partecipazione alle “Giornate dell’ebraismo”. Le “Giornate dell’ebraismo” vengono celebrate ogni anno dal 1998 in molte città della Polonia dalla Chiesa cattolica. È un’opportunità per i cattolici di riscoprire le radici ebraiche della loro religione e ricordare loro che l’antisemitismo è un peccato.

La Tenda della Pace fu eretta nel luogo dove un tempo c’era la Sinagoga Ebraica di Baluty. L’evento è iniziato con un concerto commovente. La parte principale della serata è stata un ‘seder’ Tu B’Shevat guidato dal rabbino Szychowski, che ha spiegato il significato dei simboli e della festa.

Credito fotografico: Pawel Mnich

Parashat Yitrò

Parashat Yitrò

Rav Reuven Tradburks

Ithro si unisce a Mosè. Consiglia a Mosè di incaricare i giudici. Sul monte Sinai D-o offre agli ebrei persone stimate. I Dieci Comandamenti vengono pronunciati al Sinai. La gente trema.

1°. Aliya (18:1-12)

Il suocero di Mosè, Ithro, commosso dall’esodo dall’Egitto, va incontro a Mosè e porta Tziporah ei loro due figli. Mosè li saluta e racconta tutto quello che è successo. Yithro benedice D-o, afferma che ora sa che D-o è grande e gli offre sacrifici.

Rashi afferma che questa storia di Itro si svolge dopo la consegna della Torah – che la Torah l’ha rimossa dalla cronologia corretta e l’ha collocata qui. Probabilmente per una buona ragione. Perché posizionare questa storia qui?

Alla domanda si potrebbe rispondere osservando ciò che sta arrivando presto o ciò che è appena accaduto. Alla fine del parsha della scorsa settimana c’è la storia della guerra con Amalek. Adiacente ad Amalek c’è Ithro. Nel corso della storia, incontreremo diversi tipi non ebrei; Amalek e Ithro. Amalek cerca di farci del male. Itro cerca il nostro Dio. Amalek vede le nostre debolezze, Ithro vede la nostra grandezza. Amalek ci combatte. Itro è associato a noi.

2° Aliya (18:13-23)

Ithro osserva che il popolo sta tutto il giorno aspettando che Mosè giudichi. Itro mette in dubbio questo. Mosè risponde: il popolo viene a cercare Dio, a cercare il giudizio e io insegno loro le leggi di Dio. Ithro critica Mosè. E suggerisce: chiedi a Dio per loro conto. E insegna loro le leggi di Dio. Ma scegli anche i giudici che possono giudicare al tuo posto. Giudici che sono uomini indipendenti, timorosi di Dio, rispettosi della verità che detestano il guadagno improprio.

Ithro offre a Mosè un buon consiglio, delega l’autorità ai giudici. Ma mentre propone di delegare l’autorità, non suggerisce di delegare l’autorità dalle altre azioni di Mosè. Perché in questi Mosè è semplicemente insostituibile.

Mosè disse a Ithro che ha tre funzioni: aiutare coloro che cercano Dio, giudicare le controversie e insegnare i comandamenti di Dio. Ithro gli dice: ci sono altri che possono giudicare le controversie. Ma quando si tratta di chiedere Dio e insegnare i comandamenti di Dio, nessuno tranne te può farlo. Perché quando si tratta di comunicazioni da parte di Dio, sei unico, insostituibile, ineguagliabile, unico nel suo genere.

Questo scambio introduce un principio fondamentale della Torah: che Dio parla a Mosè in un modo che non parlerà e non parlerà in futuro con nessun altro. Quando Mosè dice che le persone vengono da lui in cerca di Dio, ciò che intende è: Ho accesso a Dio. Mi parla. (Parlare con Dio non è un trucco, il trucco è quando Lui risponde). Allo stesso modo, quando Mosè dice che insegna la legge di Dio, ciò che intende è che Dio comunica quelle leggi solo a lui ea nessun altro.

Questo potrebbe essere lo scopo più importante di questa storia di Yithro. Perché nella storia successiva, il dono della Torah, è centrale il tema stesso dell’individualità di Mosè a cui D-o parla.

3°. Aliya (18:24-27)

Mosè ascoltò. Ha scelto i giudici e solo i casi più difficili sono stati giudicati da lui. Mosè rimandò Ithro.
Ci vuole un leader onesto per accettare suggerimenti per il miglioramento. Mosè mostra la sua onestà e umiltà, se il suggerimento è buono, adottalo. Allo stesso modo in cui Ithro accettò la notizia dell’esodo e affermò un Dio unico, Mosè ammise di poter migliorare il sistema. Due uomini onesti e umili.

4°. Aliya (19:1-6)

La gente si accampò nel deserto del Sinai di fronte alla montagna. Mosè salì sul monte. Dio gli disse: dillo alla gente. Se Mi ascolti e osservi la Mia alleanza, allora sarai un regno di cohanim (sacerdoti) e una nazione santa. Dillo al popolo ebraico.

Questa breve aliya, rumorosa di significato, è l’invito a un incontro intimo. Tutta la Torah fino a questo punto è il tentativo di Dio di raggiungere l’uomo. Ed ecco il culmine di quella portata. Simile a un abbraccio divino. Dio ha creato il mondo, un atto di desiderio di un mondo. Ha creato l’uomo. Si avvicinò ad Abramo, promettendogli senza chiedere la terra d’Israele. Ma Egli si mantenne a distanza. Fino all’Egitto, quando si sforzò di nuovo di portare il popolo ebraico fuori dalla schiavitù. Ora dice a Mosè che sta avvicinando il popolo ebraico, come i suoi cohanim più vicini, coloro che sono nel suo santuario interiore.

5°. Aliya (19:7-19)

Mosè presenta le parole di Dio al popolo. Rispondono: faremo tutto ciò che Dio dice. Dio dice: Verrò in una nuvola, perché la gente ascolti che parlo con te. Preparali per tre giorni, perché il terzo giorno scenderò agli occhi di tutto il popolo. Nessuno deve toccare la montagna. Mosè preparò il popolo. Il terzo giorno ci furono lampi e tuoni, una nuvola densa e un potente suono dello shofar (corno d’ariete). Le persone nel campo avevano paura. Mosè li fece salire sul monte. Tutto era in fumo perché Dio è sceso con il fuoco. La montagna tremava. Lo shofar aumentò il suo potere. Mosè parlò, la voce di Dio uscì.

La rivelazione al Sinai è il culmine dell’avvicinarsi di Dio all’uomo. Lui promette, ci libera, e ora parla, comunica.

Sebbene questo sia un punto culminante nella storia umana, non è chiaro cosa le persone abbiano effettivamente sentito. La narrazione, senza i midrashim (interpretazioni), sembra dire che il popolo udì Hashem parlare a Mosè. Dopotutto, la comunicazione divina con l’uomo è schiacciante, incongrua con la nostra persona limitata. Le persone hanno paura; Mosè deve convincerli. Più tardi nella settima aliya, il popolo dice a Mosè che non può sentire la voce di Dio o morirà.

È qui che vediamo davvero l’individualità di Mosè: l’unico che può ascoltare la voce di Dio e sopravvivere. Più tardi la Torah lo descrive come tale, nessuno poteva tollerare “panim el panim” (faccia a faccia), comunicazione diretta da D-o. L’individualità di Mosè non è come un leader, un legislatore, un re, un guerriero, un oratore eccezionale. La sua individualità è quella di colui che ascolta le parole di Dio, i suoi comandamenti, le sue mitzvot (prescrizioni), e può sopportarle e sopravvivere.

Lo scopo della rivelazione al Sinai è di esporre il popolo da vicino alla comunicazione di Dio a Mosè. Questa esperienza rafforzerà il fatto che D-o parla a Mosè e quindi accetteranno gli insegnamenti di Mosè che provengono da D-o. E sarà travolgente per loro e li porterà a credere in Dio.

6°. Aliya (19:20-20:14)

Hashem scese dalla montagna e chiamò Mosè a scalarla. Ancora una volta lo avvertì di dire alla gente di non toccare la montagna perché morirà. I Dieci Comandamenti: Io sono Dio, non ci saranno idoli davanti a Me, non nominare invano il nome di Dio, Shabbat, onora i genitori, non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non bramare.

Il Midrash sottolinea che i primi due comandamenti sono nella seconda persona, Dio che parla direttamente alle persone: io sono Dio. E il resto in terza persona, a quanto pare Mosè parla di Lui in nome di Dio: non pronunciare il suo nome invano. Questo è l’opposto di ciò che ho menzionato in precedenza, che la gente non ha sentito ciò che D-o ha detto, ma lo ha sentito solo parlare a Mosè. Il Midrash lo spiega dicendo che in effetti, dopo aver ascoltato i primi due comandamenti direttamente da D-d, le persone sono morte sul posto per l’esperienza travolgente della rivelazione. Poi sono tornati in vita. Da quel momento in poi, Mosè parlò a nome di D-o, perché semplicemente non potevano resistere al potere dell’esperienza diretta di D-o.

7°. Aliya (20:15-23)

La gente indietreggiò nel vedere lampi e tuoni, il suono dello shofar e il fumo sulla montagna. Dissero a Mosè: lascia che Dio parli a te, ma non a noi, perché non vogliamo morire. Mosè li assicurò che D-o è venuto a farli temere. Dio ha comandato: hai visto che ti parlavo dal cielo. Pertanto, non avere altri dei. Piuttosto fai un altare di argilla.

Dall’esperienza del Sinai persistono due simboli: lo shofar e la nuvola. Lo shofar è il nostro modo di ricordare la Sua Presenza, la nuvola è il Suo modo di indicare la Sua Presenza. D’ora in poi, quando la nuvola aleggia sull’Ohel Moed, significa che la Presenza di Dio è lì, che parla a Mosè. Come la nuvola e il fumo sul monte Sinai.

E lo shofar è il nostro modo di ricordare la sua presenza sul monte Sinai. Su Rosh Hashanah, quando oppure dobbiamo sentirci particolarmente vicini a Dio, si ricorda lo shofar del Sinai. La liberazione definitiva è annunciata anche dallo Shofar Gadol. Lo shofar permane come simbolo dell’intima Presenza di Dio, proprio come sul monte Sinai.

Rav Reuven Tradburks è il direttore di Machon Milton, il corso preparatorio inglese per la conversione, un’associazione del Consiglio rabbinico d’America (RCA) e Shavei Israel. Inoltre, è il direttore della RCA-Region Israel. Prima della sua aliyah, Rav Tradburks ha servito 10 anni come direttore della Corte di conversione Vaad Harabonim di Toronto e come rabbino congregazionale a Toronto e negli Stati Uniti.

TU B’SHEVAT IN TUTTO IL MONDO – 2022

TU B’SHEVAT IN TUTTO IL MONDO – 2022

La festa ebraica di Tu B’Shevat, o, letteralmente, il 15 ° giorno del mese ebraico di Shevat, è anche chiamata Rosh HaShanah La’Ilanot, che significa “Capodanno per gli alberi”. Piantare alberi, mangiare frutta, speciali ‘seder’ per la festa e altre celebrazioni della natura e degli alberi si svolgono in tutto Israele e nel mondo.

Mentre celebriamo, in Israele e nelle comunità di tutto il mondo, le persone godono dei frutti degli alberi, specialmente quelli delle sette specie speciali di Israele. Un’altra attività presente di Tu Beshevat è piantare alberi che invia un messaggio di solidarietà alle generazioni future (che saranno quelle che apprezzeranno la piantagione fatta oggi) e sottolinea il lato del ritorno alla natura dell’ebraismo che dovrebbe andare di pari passo con l’apprendimento e la preghiera della Torah.

Mentre ci stiamo tutti raggruppando contro il clima gelido, alcuni si chiedono perché la nostra festa sugli alberi cade in inverno. Ed è perché le festività ebraiche seguono i cicli agricoli in Israele. Sì, è inverno, ma a metà inverno è esattamente quando gli alberi in Israele iniziano a fiorire.

Le nostre comunità in tutto il mondo hanno festeggiato indipendentemente dal tempo e dal freddo. E abbiamo un sacco di foto…

TU B’SHEVAT IN TUTTO IL MONDO – 2022